La violenza legalizzata/autorizzata in ambito famigliare

Simonetta Vernocchi - 24/07/2016

 

 

 

 

 

 

Per violenza legalizzata, autorizzata, o come si definiva assistita si intende un tipo di violenza caratterizzata dal fatto che la stessa non sia direttamente agita ma mediata da figure professionali autorevoli quali avvocati, insegnanti, personale medico e paramedico a tal punto che spesso non pare neppure violenza pensiamo ad esempio all’aborto, alla pena di morte o in ambito famigliare ai figli contesi nelle cause di separazione o divorzio.

Per il fatto di essere agita da figure di potere o dallo stato si scotomizza l’azione violenta e la si considera non violenza ne sono esempi la pena di morte, le torture, le misure detentive lesive della dignità della persona.

 

La violenza sui minori e sulle donne da parte del capo famiglia in alcuni paesi non è neppure ritenuta tale e viene considerata la norma. Riguardo ai minori alcune forme di violenza vengono ritenute parte integrante del sistema educativo: basti pensare al nostro paese nel secolo scorso, la disciplina era impartita a suon di ceffoni.

 

In questo contesto tratteremo della violenza autorizzata in ambito famigliare.

 

Terminologia

Per restare nella terminologia con “violenza assistita” si intende ora “il fare esperienza da parte del/della bambino/a di qualunque forma di maltrattamento compiuto tramite atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica compiuta su figure di riferimento o su altre figure significative, adulte o minori.

Nella lingua italiana assistere ad episodi di violenza come spettatore è differente che provvedere a commetterli, ossia ad assistervi come prestatore d’opera, come co-attore. Se voglio utilizzare la forma passiva ed utilizzo il termine violenza come soggetto nella lingua italiana incontro difficoltà. Posso dire: ho assistito ad episodi di violenza, oppure sono stato vittima di episodi di violenza, non posso dire sono assistito ad episodi di violenza. Di fatto dal 21 giugno 2013 con la pubblicazione del rapporto sulla violenza dell’OMS, la traduzione italiana dell’aver assistito ad episodi di violenza viene tradotta come “violenza assistita”.

Pertanto per il tipo di violenza che si viene qui a considerare dobbiamo individuare una nuova terminologia. Potremmo utilizzare violenza legalizzata, violenza autorizzata, violenza accettabile. In realtà quest’ultimo termine ha una sua propria collocazione ed è stato utilizzato sempre nel detto rapporto dell’OMS per definire il tipo di violenza domestica che viene ritenuta accettabile e condivisibile da coloro che ne sono vittime.

Fatte queste necessarie premesse ci addentriamo in questo terreno minato.

 

I tipi di abuso

La gravità dell’abuso è estremamente variabile e va dall’omicidio alle percosse, alla violenza psicologica.

Suddivideremo l’abuso a seconda dell’ambito di azione della violenza.

Violenza famigliare o domestica che comprende anche la forma di violenza accettabile.

Violenza legalizzata agita dalle forze dell’ordine, avvocati, assistenti sociali.

Violenza agita nell’ambito pedagogico, scolastico, educativo.

Violenza agita nell’ambito di pratiche religiose.

Violenza agita nell’ambito di pratiche mediche, diete severe, pratiche non necessarie.

Anche in questo tipo di violenza si riconoscono le differenti forme: un abuso fisico e/o sessuale e/o psicologico, o un maltrattamento fisico, o l’assistere ad una violenza domestica, o essere sottoposti a trascuratezza persistente, alla separazione precoce dal care-giver primario o alla perdita del care-giver primario. Anche la separazione dei genitori se non è sufficientemente elaborata, ed il bimbo non è supportato, determina un trauma. Non sempre le distinzioni categoriali tra casi di abuso fisico, sessuale, psicologico e trascuratezza, rispecchiano una realtà che spesso si presenta come molto complessa: è così possibile parlare di “forme miste” di abuso e ad esempio ogni abuso fisico o sessuale implica anche un abuso psicologico. Ricordiamo infine l’abuso economico che può colpire la fascia più debole della popolazione, poco o nulla tutelata che si vede privata anche del minimo potere d’acquisto.

 

La violenza domestica

Accanto alla violenza domestica che tutti noi siamo tristemente abituati a riconoscere dalla cronaca esiste un tipo di violenza autorizzata che molto difficilmente viene riconosciuta, denunciata, e può causare danni senza che in apparenza traspaia.

Innanzitutto sono i minori le prime vittime di violenza domestica. Per abuso minorile o abuso sui minori si intende un comportamento posto in essere da parte di adulti nei confronti di minorenni che consiste nel causare un danno biologico, morale o giuridico. Le forme più frequenti di abuso sui minori sono: verbali, somatiche o fisiche, psicologiche o emozionali, sessuali e la patologia da fornitura di cure. Qualsiasi comportamento, volontario o involontario, da parte di adulti siano parenti, tutori, conoscenti o estranei, che danneggi in modo grave lo sviluppo psicofisico e/o psicosessuale del bambino può definirsi abuso.

 

La patologia della fornitura di cure era un tempo identificata nella incuria, in realtà oggi viene individuata non solo nella carenza di cure ma anche nella inadeguatezza delle cure fisiche e psicologiche offerte, considerando sia l’aspetto quantitativo che qualitativo.

 

Possiamo distinguere le seguenti forme:

a)  incuria: la carenza di cure fornite;

b)  discuria: quando le cure seppur fornite sono inadeguate rispetto allo sviluppo del bambino;

c)  ipercura: quando viene offerto, in modo patologico, un eccesso di cure. In questo gruppo sono comprese varie sindromi tra cui la sindrome di Münchausen per procura, il medical shopping o doctor shopping e il chemical abuse.

Nel DSM-V, la “sindrome di Münchausen per procura” viene definita come “Disturbo fittizio provocato ad altri”. Si tratta di un disturbo psicopatologico che porta a simulare i sintomi di malattia, nota, che magari ha contratto in passato o che visto in altri, o di cui ha cercato letteratura e segni, spesso con lucida convinzione, talora con vero e proprio delirio. Quando queste persone se hanno figli, finiscono per spostare sui figli la loro convinzione di malattia, sottoponendoli ad accertamenti clinici inutili e a cure inopportune. Talvolta inventandosi completamente i sintomi e segni, ed obbligando il figlio a trattamenti potenzialmente dannosi.

“Medical shopping o doctor shopping” per procura. Di solito si tratta di bambini che hanno sofferto nei primi anni di vita di una grave malattia e da allora vengono sottoposti a un numero spesso elevatissimo di visite mediche per disturbi di minima entità, in quanto i genitori sembrano percepire lievi patologie come gravi minacce per la vita del bambino. Si tratta di un disturbo ansia per "la malattia pregressa". Si differenzia dalla sindrome di Münchausen per procura poiché il disturbo materno è di tipo ansioso-ipocondriaco e, di solito, accogliendo le ansie e le preoccupazioni che la madre proietta sul figlio, è possibile rassicurarla sullo stato di salute del bambino.

 

“Help seeker” il bambino presenta dei sintomi fittizi indotti dalla madre, ma la frequenza degli episodi di abuso è bassa e il confronto con il medico spesso la induce a comunicare i suoi problemi di ansia e di depressione e quindi ad accettare un sostegno psicoterapeutico.

 

“Chemical abuse” il bambino viene sottoposto ad anomala ed eccessiva somministrazione di sostanze farmacologiche o chimiche per provocare una qualche sintomatologia e ottenere attenzione dai medici ed eventualmente il ricovero ospedaliero. Le sostanze somministrate possono essere suddivise in quattro gruppi: 1.sostanze qualitativamente prive di proprietà tossicologiche ma che possono tuttavia risultare nocive se somministrate in quantità o modalità eccessive rientra in questo gruppo l'abnorme somministrazione di acqua o bevande; 2.la somministrazione di sostanze con scarsa tossicità e di comune impiego domestico ad esempio il sale da cucina; 3.la somministrazione di sostanze ad azione farmacologica dotate di media tossicità e di facile reperibilità come lassativi, diuretici, glucosio, insulina, alcol; 4.infine la somministrazione di  farmaci dotati di spiccata tossicità ad azione sedativa e di non usuale disponibilità.

 

“Sindrome da indennizzo per procura” si tratta di quei casi in cui il bambino presenta i sintomi riferiti dai genitori, in situazioni in cui è previsto l’indennizzo economico. La motivazione psicologica è quella del risarcimento e viene totalmente negata sia dai genitori che dal bambino; i sintomi variano a seconda delle conoscenze mediche della famiglia e la sindrome si risolve con totale e improvvisa guarigione una volta ottenuto il risarcimento.

Tutte queste forme di abuso non sono punite dalla legge, sono tollerate, considerate forme minori, prevedono la complicità e il tacito assenso di medici, pediatri, infermieri, che piuttosto che prendere una posizione netta preferiscono lasciar correre.

Sempre nei confronti dei minori sono frequenti le limitazioni circa la dieta, le privazioni di questo o quel tipo di cibo in nome di mai diagnosticate intolleranze alimentari. Le intolleranze alimentari vere e proprie sono molto poche, il problema dovrebbe essere quindi molto circoscritto. Invece si assiste ad un fiorire di diete: vegane, macrobiotiche, fruttariane etc. Privare un organismo in crescita di intere classi di alimenti si considera una violenza.

 

Secondo un punto di vista psicodinamico l’Abuso è tutto ciò che impedisce la crescita armonica del minore, non rispettando i suoi bisogni e non proteggendolo sul piano fisico e psichico. Vi rientrano, dunque, non soltanto comportamenti di tipo commissivo, entro i quali vanno annoverati maltrattamenti di ordine fisico, sessuale o psicologico, ma anche di tipo omissivo, legati cioè all’incapacità più o meno accentuata, da parte dei genitori, di fornire cure adeguate a livello materiale ed emotivo al proprio figlio.

 

Come già ricordato in precedenza l’assistere ad una violenza domestica, si considera oggi una violenza a tutti gli effetti.

 

Il 19 giugno 2013 è stata ratificata in Italia la “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, la cosiddetta Convenzione di Istanbul.

 

La Convenzione prevede che siano garantiti protezione e supporto ai bambini “testimoni di violenza domestica”, propone l’introduzione di circostanze aggravanti nel caso in cui il reato sia stato commesso su un bambino o in presenza di un bambino e il ricorso, se necessario, a misure di protezione specifiche, che prendano in considerazione il superiore interesse dei bambini e degli adolescenti coinvolti in episodi di violenza domestica. Si considera discuria essere sottoposti a trascuratezza persistente, alla separazione precoce dal care-giver primario o alla perdita del care-giver primario non sufficientemente contenuto, o supportato. Anche la separazione dei genitori non sufficientemente elaborata, si considera discuria, il bimbo non è supportato, ne avrà un trauma. Per un bimbo può essere evento traumatico anche la separazione dei genitori, con la disgregazione del nucleo famigliare, o anche il lutto per la morte di un genitore o di un fratello, o una malattia grave propria o di un genitore. Anche le pratiche mediche invasive e non indispensabili come era d’uso fare nel secolo scorso -clisteri, ispezioni corporali- possono essere annoverate nell’abuso.

 

 

L’abuso psicologico

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce nel 2002, l’abuso emotivo nei confronti di un bambino o di un adolescente come "la mancanza di un caregiver, o la sua incapacità a provvedere ad un ambiente appropriato e supportivo, e include atti che hanno un effetto avverso sulla salute emotiva e lo sviluppo di un bambino. Tali atti includono restringere i movimenti del bambino, denigrare, ridicolizzare, minacce e intimidazioni, discriminazione, rifiuto e altre forme non fisiche di trattamento ostile".

 

Mentre per l’International Conference on Psychological Abuse (ICPA) per violenza psicologica va inteso ogni atto di rifiuto, intimorimento, isolamento, sfruttamento e errata socializzazione. La violenza psicologica implica atti omissivi e/o commissivi che danneggiano il funzionamento comportamentale, cognitivo, affettivo di un individuo come, appunto, atti volti a rifiutare, terrorizzare, isolare, sfruttare e ridurre le occasioni di socializzazione.

 

Infine l’International Conference of Psycological Abuse of Children And Youth ha definito il maltrattamento psicologico di un bambino o di un adolescente l’insieme delle azioni o delle omissioni che, sulla base delle conoscenze scientifiche e della cultura di un dato periodo, vengono considerate dannose sul piano psicologico.

Tali definizioni includono svariati atti ed atteggiamenti quali: la derisione specie se pubblica. E’ abuso psicologico mortificare e/o ridicolizzare il bambino quando mostra normali emozioni come imbarazzo, commozione, angoscia o dolore; focalizzarsi su un aspetto del bambino per criticarlo e ferirlo. Sottoporre il bambino ad umiliazione pubblica.

 

Il rifiuto reiterato mascherato: è abuso sminuire, umiliare e altre forme non fisiche di trattamento apertamente non ostile o respingente, ma spesso assolutamente respingente ad un altro livello di comunicazione differente.

La genitorializzazione del bambino: obbligare il bambino ad eseguire la maggior parte delle faccende di casa o assegnarli minori gratificazioni, costringerlo a prendersi cura dei fratelli in modo sistematico.

 

Terrorizzare il bambino, esponendolo a circostanze imprevedibili o caotiche; esporre un bambino a situazioni riconoscibili come pericolose; proporre aspettative rigide o irrealistiche con minaccia di abbandono, di percosse o di pericolo se esse non vengono soddisfatte; minacciare o perpetrare violenza contro il bambino; minacciare o perpetrare violenza contro persone o oggetti amati dal bambino.

Isolare il bambino, imporgli limitazioni irragionevoli alla sua libertà di movimento nel suo ambiente di vita; imporre irragionevoli limitazioni o restrizioni alle interazioni sociali con coetanei o adulti nella comunità di appartenenza.

 

Sfruttare/corrompere il bambino: mostrare, consentire o incoraggiare comportamenti antisociali; mostrare consentire o incoraggiare comportamenti evolutivamente inappropriati; incoraggiare o forzare l’abbandono di un’autonomia evolutivamente appropriata attraverso un estremo coinvolgimento, o l’intrusività, o il dominio; restringere o interferire con lo sviluppo cognitivo.

 

Ignorare il bambino: essere distaccati e freddi per incapacità o per mancanza di motivazione; interagire solo se assolutamente necessario; insufficiente espressione di affetto, cure e amore per il bambino.

La trascuratezza della salute fisica, mentale ed educativa del bambino: ignorarne i bisogni, essere inadeguati o rifiutar di consentire o di provvedere un trattamento necessario sono segni di abuso psicologico grave.

I comportamenti vengono commessi individualmente o collettivamente da persone che per le loro caratteristiche di età, status, conoscenze, e ruolo, si trovano in una posizione di potere rispetto al bambino, tale da renderlo vulnerabile. Si tratta di pratiche o di atteggiamenti che compromettono in modo immediato e a lungo termine il comportamento, lo sviluppo affettivo, le capacità cognitive o le funzioni fisiche del bambino.

Nella realtà è raro che si verifichino e si riconoscano forme di abuso psicologico "puro", esso infatti accompagna spesso il maltrattamento fisico e l’abuso sessuale.

 

Sindrome di alienazione genitoriale

Una forma particolarmente grave di abuso emotivo e psicologico ai danni di un bambino o di un adolescente è la Sindrome di Alienazione Genitoriale o Parental  Alienation Sindrome o PAS. Che si definisce come esito di un processo disfunzionale delle relazioni familiari a seguito di una separazione tra i coniugi.

Il bambino viene “indottrinato” e “riprogrammato” per indurlo a pensare, agire, comportarsi in un certo modo. Può essere considerata una vera e propria forma di grave abuso emotivo, una sorta di riprogrammazione o programming o “lavaggio del cervello” per esempio per diffamare l’altro genitore nel contesto delle dispute tra partners sulla custodia del bambino.

 

Nella maggioranza dei casi avviene che la madre, in questo caso il genitore alienante, fa di tutto per mettere in cattiva luce il padre o il genitore alienato, agli occhi del bambino, per allontanare quest’ultimo da lui. Ciò che accade in seguito, principalmente, è la compromissione del rapporto tra il bambino ed il genitore alienato. Naturalmente si può riscontrare anche il caso inverso in cui il padre è il genitore alienante e la madre quello alienato.

 

Il bambino completamente alienato è un bambino che non desidera avere alcun contatto con il genitore denigrato e che esprime sentimenti solamente negativi per quel genitore e sentimenti solamente positivi per l’altro. Conseguenza di ciò è l’alterazione dei sentimenti del bambino per entrambi i genitori e, quindi, la perdita di un normale equilibrio. È psicologicamente dannoso per un figlio essere privato di una relazione sana con un genitore. Si classificano tre forme di PAS: lieve, media e grave, considerando varie variabili.  Innanzitutto il livello di angoscia interna del genitore alienante, la vulnerabilità del bambino, le risposte del genitore alienato.

 

 

Il numero oscuro

Al momento della valutazione medica del minore in pronto soccorso  viene sempre richiesta la presenza di un genitore: il rapporto diretto medico/paziente non si attua con il minore. Si da per scontato che il genitore o tutore che sia, persegua l’interesse del minore e non sia proprio questi a generargli un danno. Di fatto sappiamo come spesso non sia così, capita che il bambino sia accompagnato dai genitori di cui uno è l’autore materiale della violenza e l’altro è quanto meno suo complice nel non raccontare, per paura o per impotenza appresa ossia per una sorta di convinzione, consolidata da anni di comportamenti abusanti, che la violenza sia inevitabile, e nessuno possa porvi rimedio.

 

Ciò che non viene denunciato, non raggiunge le aule dei tribunali  non esiste. E così non esisterebbe la pedofilia esercitata dalle donne, non esistono le violenze commesse dalle donne sugli uomini, non esistono le mutilazioni genitali femminili, non è vero che spesso i padri di famiglie immigranti da paesi in via di sviluppo, con tradizione mussulmana, impediscono di fatto l’accesso alle figlie femmine all’istruzione, non esistono le spose bambine, e via dicendo.

 

È infatti soprattutto la violenza domestica che più frequentemente  sfugge alle autorità, e va a costituire il cosiddetto “numero oscuro” e ne comprende tutti i differenti tipi: la violenza verbale, con turpiloquio, insulti; la violenza psicologica, con minacce, disprezzo, svalutazione, esposizione a violenza agita; la violenza fisica, con schiaffi, ustioni, percosse di ogni tipo, costrizione a compiere atti contro la volontà, o addirittura con l'imposizione del rapporto sessuale.

 

 

Disturbo post traumatico da stress nel bambino

La vittima di abuso il più delle volte, sviluppa un disturbo post traumatico da stress (PTSD). Questo è un disturbo d’ansia con sintomi e segni in comuni sia all’attacco di panico che allo stato d’ansia. Nel bambino si potrà avere pianto improvviso ed apparentemente immotivato, stato di all’erta con disturbi del sonno, risvegli improvvisi e difficoltà all’addormentamento. Possono esserci sentimenti di paura, pensieri intrusivi e ricorrenti, tensione emotiva, oppure depressione. Nei bambini più piccoli ma che avevano già raggiunto la continenza possono comparire: enuresi, oppure incontinenza fecale. Nei bambini che hanno già appreso il linguaggio vi può essere una regressione: il bimbo perde l’uso della parola per settimane, mesi o anche per anni. Talvolta compaiono esplosioni di aggressività etero ed auto-rivolta, oppure tendenza all’emarginazione sociale, difficoltà nell’alimentazione o nell’addormentamento. Nei casi più estremi le vittime di violenza possono fare esperienza di grave difetto di autostima, incremento della vulnerabilità personale, percezione di se stessi in base a punti di vista negativi e persino giungere a forme di emarginazione e fobia sociale. Talvolta si giunge alla depressione, all’anoressia mentale e al suicidio. Il disturbo post traumatico da stress è tale se i sintomi persistono oltre 6 mesi dall’evento acuto.

 

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