Le emozioni: aspetti neurofisiologici

Simonetta Vernocchi - 15/06/2013

 

 

Le emozioni sono stati mentali e fisiologici generalmente brevi ed istantanei,  associati a  modificazioni psicofisiologiche, in risposta a stimoli  interni od esterni. Comunemente  identifichiamo quali emozioni la gioia, la paura, la sorpresa, la tristezza, la rabbia.  Dal punto di vista evoluzionistico, la  principale funzione delle emozioni consiste nel rendere più efficace la reazione dell'individuo in  situazioni per cui è conveniente e desiderabile avere  una risposta pronta, adatta ed immediata ai fini della sopravvivenza. La reazione immediata  non utilizza  cioè processi cognitivi ed elaborazione cosciente ma avviene in modo automatico.

Dal punto di vista sociologico rivestono anche una funzione relazionale  poiché comunicano agli altri le nostre reazioni psicofisiologiche potendo creare aggregazione e complicità necessarie per il consolidamento dei legami sia in ambito famigliare che comunitario. Non ultima la  funzione auto-regolativa delle emozioni,  di comprensione dei propri stati d’animo e delle proprie modificazioni psicofisiologiche in risposta agli stimoli ambientali ed all’interazione con gli altri.

Si differenziano  dai sentimenti che sono persistenti nel tempo e possono modularsi,  implicano la consapevolezza del sentimento stesso. Nelle emozioni la consapevolezza non è scontata, può esserci o essere parziale, o non esserci del tutto.

Differenziamo  le emozioni anche dagli “organizzatori primari” della nostra psiche come la vergogna o il senso di colpa che presentano una genesi psicologica prevalente e molto complessa rispetto ai  fenomeni più spiccatamente neurofisiologici delle emozioni.

Occorre fare alcune precisazioni: testi autorevoli come il Kandel, ai cui contenuti in materia di neuroscienze è fatto d’obbligo rifarsi, distinguono l’emozione dal sentimento secondo il criterio della “sensazione cosciente”. L’emozione o stato emozionale  indica l’esperienza in sé e  il termine sentimento  si usa per  definirne la sensazione cosciente.

La distinzione operata dal Kandel ha in realtà un senso importante: distinguere fra ciò che è sicuramente mediato dalla corteccia cerebrale (sentimento) e quindi raggiunge il livello di coscienza e ciò che, non di necessità, raggiunge questo livello (emozioni), è esperienza comune però che alcune emozioni anzi la maggior parte raggiungono il livello di coscienza.

Gli ordini di problemi che insorgono nello studio delle emozioni sono almeno quattro:

1. Come gli stimoli possano acquisire un significato emozionale, come viene raccolto e veicolato lo stimolo, quali caratteristiche debba avere perché sia adeguato.

2. Come vengono prodotte le risposte viscerali e scheletro-motorie che attuano l’emozione.

3. Come l’emozione raggiunge un livello di consapevolezza e come può tramutarsi in sentimento.

4. Come le esperienze passate condizionano  e plasmano l’esperienza emozionale, esiste la memoria emozionale, come e dove risiede.

 

E’ chiaro a tutti che le emozioni ed i sentimenti non nascono e non risiedono nel cuore, che è un muscolo, una pompa idraulica con anche caratteristiche elettriche, ma piuttosto nel sistema nervoso. Importante per le emozioni sono i recettori periferici con gli organi di senso:  vista, organo vestibolare, udito, tatto, gusto, odorato.   Le terminazioni nervose collegano i recettori periferici  tramite i nervi cranici e spinali al  talamo, una struttura posta nella profondità dell’encefalo, da qui lo stimolo ben  ordinato raggiunge il sistema limbico e   la corteccia cerebrale associativa. Le risposte sono mediate sia  dal sistema nervoso autonomo che si suddivide classicamente  in parasimpatico ed ortosimpatico, sia dal sistema motorio scheletrico che controlla la muscolatura e l’apparato locomotore. Inoltre tramite i collegamenti tra sistema limbico e  neuroipofisi viene coinvolto il sistema endocrino che presenta una complessità pure notevole.

Tutte queste risposte: simpatiche, parasimpatiche, motorie ed endocrine  agiscono sui differenti apparati  e sono responsabili della risposta.

I fautori della teoria “innatista” delle emozioni  sostengono che le emozioni dipendono da alcune caratteristiche intrinseche del cervello a cui noi conferiamo significati in relazione ad osservazioni sperimentali per lo più eseguite su animali. I sostenitori di una natura ‘fenomenologica’   vede  legate le emozioni   essenzialmente all’esperienza dell’individuo e, come tali, non riducibili alle loro possibili basi biologiche. In parole ancora più semplici, vi è chi sostiene che le diverse emozioni dipendono da meccanismi  di neurofisiologia,  neurochimica, ed endocrinologia che rispondono a regole determinate dall’evoluzione e chi invece afferma che la biologia non potrà mai spiegarne il significato o comunque ridurle a semplici formule biologiche.

Le emozioni, come ogni altro comportamento, si basano sull’attività del  sistema nervoso in risposta a stimoli raccolti dall’ambiente esterno o elaborati da noi stessi. Esiste un’ampia letteratura sulla neurofisiologia delle emozioni e storicamente la parte più ampia di tale ricerche si è interessata agli aspetti fisiologici delle reazioni emotive ed in particolare della paura.

Le trattazioni più recenti hanno riservato particolare spazio alla neurofisiologica  dello sviluppo emozionale dalla nascita alle prime esperienze di interazione con il care-giver primario e con l’ambiente.

Alla luce della biologia, adottando una posizione di tipo evolutivo  l’emozione si inquadra nel suo significato “darwiniano” cioè della sua utilità per l’economia dell’organismo e della sua capacità di comunicare ad altri individui pericoli,  situazioni particolari o anche positive. Secondo questa posizione, le diverse emozioni sarebbero iscritte nei circuiti dell'encefalo, pronte a entrare in funzione quando l’ambiente, la situazione o l’interpretazione che ne dà la mente, ci sollecitano con  stimoli appropriati. Questi stimoli   innescano reazioni quasi automatiche, che si avvalgono di  strutture e circuiti cerebrali già belli e  pronti, serve solo un incipit adatto.

Quello che tutti noi sperimentiamo quando apparentemente ci lasciamo provocare senza reagire e  poi esplodiamo  per un nonnulla, “quasi” senza motivo. Questo “quasi” è l'innesco per attivare i circuiti cerebrali  con le relative  informazione, custoditi ed elaborati da millenni di evoluzione.

Esprimiamo il nostro sentire emozionale con il corpo, il volto, la voce, con le ghiandole sebacee e sudoripare che spargono nell'aria i propri secreti. Soprattutto esprimiamo le emozioni con la mimica del volto.

La muscolatura mimica è molto ben congegnata poiché si avvale di numerosissimi fascetti muscolari che presentano un estremo ancorato all'osso o alle strutture fibrose nella testa e l'altro estremo libero nel contesto dello strato più profondo della cute. In questo modo sono davvero numerosissimi i movimenti e di conseguenza  le espressioni che si possono produrre.

 

 

Universalità delle emozioni

Ciò che si può pienamente sostenere è che a particolari situazioni ed emozioni conseguenti sono  correlate alcune espressioni facciali ben facilmente riproducibili e comuni ad ogni cultura, educazione, status sociale, paese, età, livello di istruzione, genere ed orientamento sessuale.

Si tratta quindi di risposte del sistema nervoso e del sistema endocrino, mediatori chimici ed  ormoni tra loro integrati: per esempio una situazione di pericolo può scatenare l’emozione della paura che è caratterizzata da particolari espressioni facciali e risposte di immobilità, di  fuga o di attacco. Vengono coinvolti tutti gli apparati: cardiocircolatorio e respiratorio, muscolo-scheletrico che ci devo mettere in condizioni di rispondere in modo ottimale al pericolo, ma anche resi silenti gli apparati che potrebbero rallentarci, creare imbarazzo, impedirci di essere performanti (apparato digerente, urinario, genitale).

Si potrebbe per questo sostenere che l’emozione non sia altro che uno stato dell’organismo che esprime  un programma innato, capace di scatenare una serie di reazioni stereotipate finalizzate alla sopravvivenza della specie, alla creazione di legami solidi tra prole e care-giver, all’aggregazione del gruppo.

La selezione naturale avrebbe quindi prodotto  le emozioni sulla base dei vantaggi adattivi che esse conferiscono in un particolare contesto ambientale, il che implica che ogni componente di un’emozione derivi da una diversa  e specifica pressione selettiva. Ad esempio è universale la risposta con la tristezza ad un lutto se non addirittura con il pianto, che si manifesta con le palpebre  abbassate, la fronte  corrugata, le ghiandole lacrimali  pronte a produrre secreto,  le lacrime  pronte a sgorgare.

 

Negli ultimi 3 decenni si è infatti affermata la posizione  di integrazione, secondo cui  le emozioni  si considerano come il risultato di interazioni dinamiche tra fattori periferici mediati dall'ipotalamo e quindi con il coinvolgimento anche dell'asse endocrinologico e del sistema nervoso autonomo e di fattori centrali mediati dalla corteccia cerebrale. L'interazione dinamica e la modulazione avviene  a livello del sistema limbico e dell'amigdala in particolare.

La nostra attuale comprensione dell’organizzazione e del funzionamento del sistema nervoso  ci consente di armonizzare il ruolo chiave svolto da una pluralità di strutture neurofisiologiche ed endocrine nel fenomeno dell’emozione.

Possiamo schematizzare  ciò che accade in questo modo: lo stimolo emotigeno, che può essere un evento esterno (una scena, un'espressione del volto o un particolare tono di voce) o anche interno (i movimenti del feto, una contrazione uterina, un dolore, un ricordo) viene recepito ed elaborato  in vari siti e  dai centri sottocorticali dell'encefalo, prima di raggiungere il livello di coscienza.

Innanzitutto abbiamo la formazione di archi riflessi dal neurone sensitivo che raccoglie gli stimoli periferici e li integra in modo semplice con i centri motori ed effettori viscerali che creano lo stato di allerta ed attivano i riflessi comuni come il cefalo-oculo-giro, il riflesso di evitamento e di grattamento… eccetera.

Dalla periferia le vie di senso, tramite i nuclei sensitivi talamici  portano le informazioni all'amigdala (terzo neurone delle vie sensitive). L'amigdala  riceve  quindi l'informazione direttamente dai nuclei posteriori del talamo, nuclei di relè sensitivi, prima ancora che stimolo raggiunga la corteccia cerebrale e sia quindi riconosciuto.

L’amigdala  provoca  a sua volta una  reazione autonomica e neuroendocrina, più complessa dell’arco riflesso,  con la funzione di mettere in allerta l'organismo, non necessariamente uno stato di paura ma piuttosto di predisposizione “all’ascolto” di ciò che accade dentro e fuori.

In questa fase lo stimolo emotigeno determina quindi diverse modificazioni somatiche, come ad esempio la variazione del diametro pupillare, maggiore o minore acuità uditiva con contrazione dello stapedio e del tensore del timpano (due muscoli dell’orecchio), aumento o diminuzione delle pulsazioni cardiache, l'aumento o la diminuzione della sudorazione, l'accelerazione del ritmo respiratorio, l'aumento o il rilassamento della tensione muscolare. Lo stimolo emotigeno viene contemporaneamente inviato dal talamo alle cortecce associative pre-frontali e ventro-mediali dove viene elaborato in maniera più lenta e raffinata, a questo punto avviene la consapevolezza dell’emozione, e quindi la sua valutazione corticale conscia.

In seguito a ciò viene emessa un tipo di risposta considerata più adeguata alla situazione, soprattutto in riferimento alle "regole di esibizione" che appartengono al proprio ambiente culturale.

Le emozioni, quindi, inizialmente sono inconsapevoli e solo in un secondo momento noi "proviamo" l'emozione avendone cioè la consapevolezza di essa.

Normalmente l'individuo che prova una emozione diventa cosciente delle proprie modificazioni somatiche (si rende conto di avere le mani sudate, il battito cardiaco accelerato, etc.) ed applica un nome a queste variazioni psicofisiologiche ("paura", "gioia", "disgusto", ecc.).

 

 

Classificazione delle emozioni

Una trattazione sistematica delle emozioni si deve a 3 studiosi americani Silvan Tomkins Salomone (1911-1991, USA) e dai suoi seguaci Paul Ekman (1934 vivente USA) e Carroll Izard (1924 vivente USA) che ne hanno seguito e completato il quadro andando a classificare tutte le emozioni e le gradazione  secondo l'intensità  della loro espressione.

Pur essendoci disaccordo sulla univocità della classificazione riportiamo la prima classificazione di Tomkins secondo cui le emozioni base  sono sei: interesse-eccitazione, piacere-gioia, sorpresa-shock,  l'angoscia, la rabbia  e la paura-terrore. A queste secondo Tomkins possiamo aggiungerne altre 2 che avrebbero una complessità maggiore: il disgusto e la vergogna-umiliazione.

 

Classificazione delle emozioni di  Paul Ekman

Secondo Ekman le emozioni sarebbero sette:

1.La gioia con tulle e 16 le modulazioni. Le emozioni piacevoli comprendono una quantità di esperienze sensoriali, fisiche, psichiche, sessuali, morali, con gradazioni dal semplice interesse fino all’appagamento o “all’elevazione”. I cinque piaceri sensoriali puri (visivo, olfattivo, gustativo, tattile, uditivo), il divertimento, l’appagamento, l’eccitazione, il sollievo, lo stupore, l’estasi, l'elevazione, la fierezza, il naches termine Yiddish (esser raggiante per un successo di un figlio o nipote, di una fierezza che solo un figlio può dare), la Schadenfreude termine tedesco (gioia per il danno),  la riconoscenza, la gratitudine.

2.La tristezza pure con vari gradi dal fastidio al dolore stravolgente.

3.La sorpresa emozione istantanea che può essere talmente intensa da dare uno shock.

4.La paura con le gradazioni dallo spavento al terrore.

5.Il disgusto e disprezzo.

6.La rabbia che può avere gradazioni differenti dalla irritazione alla furia.

7.Il disprezzo.

 

 

Classificazione attuale

Pur riconoscendo la valenza attuale della classificazione di Ekman ci pare doveroso fare alcune precisazioni. Innanzitutto lo spavento va considerato nelle emozioni a sé stante poiché si evoca come un arco riflesso semplice pertanto lo posizioneremmo ad un “rango inferiore”, certo innesca  lo stato di allerta e quindi può essere importante come punto di partenza per la paura, la rabbia o la sorpresa. Alle 7 emozioni di Ekman aggiungerei l'imbarazzo  come riflesso del disgusto, chi suscita disgusto può provare imbarazzo,  è pur vero che l'imbarazzo non presenta una espressone mimica propria, ma più vicina  alla tristezza ed al disgusto. Chi prova imbarazzo controlla le proprie espressioni perché tenderà a nasconderlo. Inoltre l’imbarazzo è fondamentale per la formazione del sé e la nascita della vergogna che è un importante organizzatore primario.

A parte perché presentano una grande componente psicologica poniamo la vergogna,  la gelosia ed il senso di colpa che pur non essendo emozioni in senso stretto, lo divengono nel corso dello sviluppo della personalità. Infatti questi “organizzatori primari del sé” possono comparire in modo molto fugace  soprattutto in personalità predisposte e condizionare pesantemente la vita di relazione e la percezione di sé stessi. Le espressione mimica di queste può essere tranquillamente ricondotta a variazioni delle altre 7 emozioni: la gelosia alla rabbia, il senso di colpa alla tristezza, la vergogna la disgusto verso di sè.

Teniamo conto che anche il disprezzo inteso come lo classifica Ekman emozione a tutti gli effetti, compare sicuramente dopo  i 3 anni anzi verso i 6-8 anni ed anche oltre a maturazione del sé già molto ben avanzata.

 

 

Il  contesto neurofisiologico dello sviluppo emozionale

La prospettiva ontogenetica  evidenzia come maturazione e integrazione delle varie strutture e circuiti neurologici hanno delle notevoli implicazioni per lo sviluppo emozionale.  La crescita del sistema nervoso non si svolge per una semplice maturazione  di nuove strutture ma primariamente nei termini di cambiamenti nella complessità dell’organizzazione con una crescente integrazione tra le strutture. Di fatto il cambiamento funzionale che avviene con la maturazione del sistema nervoso  non è l’emergere di nuove strutture ma l’emergere di nuovi, più elaborati e differenziati circuiti.

I più recenti modelli sistemici del sistema nervoso  evidenziano l’importanza delle interazioni reciproche tra le componenti corticali e sottocorticali e per il complesso processo di bilanciamento dei sistemi, come tra il simpatico e il parasimpatico. Tali considerazioni generali ci inducono ad aspettarci dei cambiamenti soprattutto qualitativi della vita emozionale con il procedere dello sviluppo. Secondo alcuni autori tale cambiamento qualitativo si verificherebbe nei primi mesi di vita con l’avvio dell’attivazione funzionale della corteccia. Un ulteriore cambiamento avverrebbe intorno ai 9-10 mesi con la maturazione dei lobi frontali e l’elaborazione dei circuiti cortico-limbici. Ulteriori cambiamenti entrerebbero in gioco nel secondo anno di vita quando si attivano i sistemi interattivi.

Tali mutamenti qualitativi della maturazione del cervello avrebbero implicazioni sia per l’emergere delle specifiche emozioni, per esempio quelle che richiedono una rapida categorizzazione degli eventi o la memoria, sia per i processi che governano la vita emozionale.

L’emozione è quindi una funzione integrata con la cognizione, anzi è uno dei canali privilegiati  in grado di informare il sistema nervoso su importanti aspetti della realtà esterna e dei rapporti tra organismo e ambiente.

Da un punto di vista evolutivo nel cervello dei primati si sono sviluppati due diversi circuiti nervosi, ognuno dei quali è specializzato nel trattamento di un diverso tipo di informazione, rispettivamente cognitiva ed emotiva. Malgrado l’esistenza di sovrapposizioni tra questi due sistemi di informazione, essi comportano due diverse reti neurali che sono grandemente  integrate per lo sviluppo dell’individuo.

 

 

Espressione  referenziale delle emozioni

I risultati di esperimenti effettuati da Paul Ekman (Emotion in the human face,1982) in un contesto ‘neutro’, vale a dire privo di valenze emotive hanno dimostrato la possibilità di evocare le emozioni atteggiando il volto “come se” provassimo davvero quell'emozione.  In questa situazione, che dicevamo deve essere priva di stimoli,  il semplice atteggiare il volto a un’espressione facciale di gioia o tristezza può indurre alterazioni somatiche (ritmo cardiaco, attivazione di strutture cerebrali, modifiche della pressione arteriosa) tipiche di quella particolare emozione. In questo caso l’espressione facciale recitata, cioè la tensione o il rilassamento dei diversi muscoli responsabili di una particolare “maschera emotiva”, si traduce in segnali che, arrivando al cervello, convincono la mente che il corpo sta vivendo una situazione di gioia o tristezza, e questo, incidentalmente, indica che non è soltanto il centro, cioè il cervello-mente, a influenzare la periferia, cioè il corpo e i suoi muscoli, ma che si verifica anche il contrario.

Una teoria dell’emozione che concili le posizioni di tipo naturalistico con quelle più aperte alle connotazioni individuali delle esperienze deve tenere conto sia delle radici biologiche, e quindi delle componenti stereotipate dei diversi stati emotivi, sia delle componenti individuali delle singole esperienze. Le prime, tipicamente le espressioni facciali, le alterazioni umorali e somatiche, sono il risultato di un processo selettivo che ha conferito loro una valenza transculturale: esse sono legate a componenti vegetative e a programmi motori iscritti nel nostro cervello. Gli studiosi delle basi neurofisiologiche dell’emozione ritengono che gli automatismi motori dipendano in gran parte da schemi o ‘memorie’ che codificano l’espressione delle singole emozioni e che sono modulate dai gangli della base, le strutture nervose che hanno un ruolo critico in vari tipi di memorie procedurali ed esperienze ricorrenti.

 

 

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