Le radici della violenza tra terrorismo ed estremismo religioso

Simonetta Vernocchi - 04/01/2016

 

 

 

Gli eventi recenti di stragi ed attentati ci hanno spinto a riflettere sulle ragioni di tanto odio e violenza mascherata da guerra di religione. In molti si sono dati da fare per dare una lettura sociologica, storica, economica, culturale, politica a questi eventi. Spesso gli autori delle stragi sono persone “povere” sia culturalmente che economicamente, costrette ai margini della società, senza più nulla da perdere, farsi saltare in aria è un modo per raggiungere l’immortalità, per avere un posto nella storia. Poi si legge che alcuni degli autori delle stragi sono persone istruite, aggiornate, ricche, in salute, giovani, con un ottimo lavoro, una famiglia nell’apparenza normale, con figli piccoli e desiderati, con un futuro: non ci spieghiamo tanto facilmente le ragioni di questi gesti, qualche cosa manca al nostro ragionamento.

 

Vita o obbedienza alla fede

 

Gli autori delle stragi sono fondamentalisti, estremisti religiosi, sicuramente dovendo scegliere tra rispetto della vita umana o l’obbedienza alla fede opteranno per l’obbedienza.

Hanno una fede forte, una coscienza morale forte, una grande capacità di mettersi a disposizione, in modo integrale, totale. Hanno la capacità di sentirsi parte di un disegno più grande, la capacità di aderire al progetto, al credo salvifico a costo della vita, di obbedire a Dio costi quel che costi.

Noi occidentali questo possiamo capirlo bene, siamo stati educati in un sistema pedagogico impregnato dei principi della nostra fede quella cristiana che ha le medesime radici di quella islamica. Ripensiamo al sacrifico che Dio chiese ad Abramo: “sacrificami tuo figlio”. Aderisci al mio progetto a costo, non solo della tua vita ma perfino della vita di tuo figlio, fidati di me. La vita cessa in questa ottica di essere un valore in sé e per sé ma viene chiesta e premiata l’obbedienza, la fiducia, la fede.

 

La cristiana, l’ebraica e la musulmana sono le tre grandi religioni monoteiste. Hanno radici comuni: anche i musulmani e gli ebrei credono in Abramo, e in Isacco, Ismaele, Giacobbe, negli altri profeti, in Mosè, poi i cristiani hanno Gesù, i musulmani Maometto, gli ebrei attendono ancora un Messia. Esiste quindi una unica tradizione: giudaico-cristiano-islamica che abbraccia tutti i figli di Abramo.

 

Oggi noi consideriamo la vita un valore, fino a 50-100 anni fa non era così, c’erano vite di serie A e di serie B, le donne contavano meno degli uomini, i bambini meno delle donne, gli schiavi meno dei bambini, gli animali meno degli schiavi. Oggi anche la vita degli animali viene ritenuta preziosa, è protetta da leggi, ma se anche non ci fossero le leggi a proteggerla, l’odierno sentire comune rigetta le vessazioni compiute sugli animali. In un certo senso ci siamo evoluti, ci siamo raffinati. Abbiamo imparato a rispettare le creature. Ora stiamo imparando a rispettare anche l’ambiente.

Dio nel progetto educativo per il suo popolo si è comportato come una madre con suo figlio: nella prima infanzia la madre da limiti rigidi al bambino non sporgerti dalle scale, non salire in piedi sul tavolo, non toccare il fuoco, non attraversare la strada chiede l’obbedienza, anche piuttosto cieca, a rigide regole. La madre chiede un atto di fede. Come Dio ad Abramo. La madre non può spiegare al bambino il perché non può toccare il fuoco o attraversare la strada, lo farà poco per volta, facendogli fare prove ed errori, però non può permettergli qualsiasi tipo di esperienza perché potrebbe ferirsi o addirittura averne danni permanenti. In ogni caso sperimentare tutto non è vantaggioso neppure in termini evoluzionistici: occorre trarre vantaggio dell’esperienza degli altri. Così anche Dio non può spiegare tutto il suo progetto salvifico nei dettagli, in poche battute e chiede quindi al suo popolo fanciullo di fidarsi. Poi via via ha ispirato e spiegato, passo dopo passo, tutte le tappe con dovizia di dettagli (tutti i libri della Bibbia).

Il percorso dell’umanità è stato lungo, tortuoso ma anche e prezioso, Gesù ma anche altri Profeti e persone illuminate hanno insegnato il rispetto per la vita umana. Si è giunti alla conclusione che ogni essere umano perfino chi del male deve essere rispettato. Gesù aveva avuto una grande intuizione dando una semplice regola ama Dio ed il prossimo tuo come te stesso, da quel momento sappiamo che la vita è un valore, anche la vita dei nostro nemici, che Gesù ci invita ad amare, a fare del bene a coloro che vi fanno del male. Il messaggio di Gesù è personale. Le persone possono aderirvi e molti vi hanno aderito. Affinché anche nella vita politica si arrivasse a comprendere il messaggio di Gesù c’è voluto qualche migliaio di anni e non tutti i paesi sono “sincronizzati”, ossia ciascuno ha recepito una parte, ha valorizzato un aspetto del messaggio originale.

Per esempio per gli antichi Greci l’omosessualità era accettata come parte di una variabilità umana, altri popoli hanno fatto molto fatica ad arrivarci, la medicina stessa ci è arrivata solo nel 1973 quando l’omosessualità viene rimossa dalle categorie nosografiche. Fino a quel momento gli omosessuali erano considerati ammalati. A tal riguardo ricordiamo Paul Watzlawick (1921, Austria-Palo Alto, 2007) lo psicologo e filosofo austriaco naturalizzato statunitense che con la sua celebre battuta sul DSM III ha espresso ciò che era accaduto: con l'eliminazione dell'omosessualità dai disturbi psichiatrici in seguito alle forti pressioni sociali e scientifiche dell'epoca portate avanti dall’antipsichiatria, milioni di persone nel mondo erano di fatto state "curate" con un tratto di penna.

 

Pensiamo all’abolizione della schiavitù, alla rivoluzione francese con i principi di uguaglianza, fraternità e libertà, alla libertà di pensiero, espressione, stampa, alla fine dell’apartheid con pari diritti per bianchi e neri, al voto alle donne, ai diritti dell’infanzia, al diritto all’istruzione, alle cure mediche, all’abolizione della pena di morte, ai diritti degli animali domestici, alla tutela del nostro Pianeta con la lotta all’inquinamento e la protezione delle aree verdi. Non pretendo fare un elenco completo ho solo ricordato quelle che a mio giudizio sono le tappe principali.

Ora noi occidentali abbiamo raggiunto un discreto livello di consapevolezza circa il fatto che le persone godono i medesimi diritti, per il fatto stesso di essere stati concepiti e di essere nati, che le risorse non sono illimitate che abbiamo responsabilità nei confronti delle generazioni future, nei confronti degli altri Paesi nella tutela ambientale.

 

Può essere che non sia la stessa cosa per tutti i Paesi, ci sono Paesi che sono ancora al tempo di Abramo. La grande svolta è stato l’avvento di Gesù che ha reso tutto più chiaro: ci ha dato una formidabile modalità di comportamento, ma non tutti l’hanno recepito, non ancora.

Di fatto ci sono Paesi e culture che 2000 anni or e anche di più sono avevano già il nostro livello di consapevolezza e che forse sorridono di fronte al fatto che noi ci interroghiamo solo ora sul clima o che i governi devono di imporre ai cittadini la raccolta differenziata o il rispetto per la natura: ci sono culture orientali che vivono da millenni nel rispetto per ogni essere vivente.

 

E ci sono Paesi in cui le persone hanno ancora necessità di adempiere il sacrificio di Isacco per sentirsi parte del progetto divino. O se preferiamo, ci sono popoli che hanno bisogno di un Dio che li tiene ancora come bambini, che chiede a loro obbedienza.

 

 

La religione come mezzo di coesione nel popolo

 

All’interno di un popolo la religione rappresenta un elemento di coesione formidabile: favorisce il senso di appartenenza e di fratellanza tra le persone. Partecipare ad una funzione, cantare in coro, pregare insieme, prendere parte ad una celebrazione, recarsi tutti insieme ad un pellegrinaggio ci fa sentire popolo, popolo di Dio, tutti fratelli. Anche quando non ci si conosce, appartenere alla stessa fede ci rende simili, ci avvicina l’un l’altro, rende possibile l’aiuto reciproco, la condivisione. Nella stessa fede si condividono ideali comuni, si prega per intenti comuni, si lavora ad un progetto condiviso.

 

È molto più facile sviluppare il senso di appartenenza e l’autorealizzazione per chi professa una fede. Nei bisogni esplicitati dalla piramide di Maslow metteremmo la religione al vertice.

 

D’altra parte se due famiglie all’interno di una medesima nazione professano religioni differenti, (o anche due persone nella stessa famiglia) avranno una visione del mondo e della vita differenti, il più delle volte invece di arricchirsi reciprocamente grazie alla pluralità dei punti di vista, professare credi differenti rappresenta un possibile elemento di divisione. È sufficiente differenziarsi anche di poco, per odiarsi, farsi la guerra. La religione ben lungi dall’essere un fenomeno aggregativo è stato spesso nella storia un elemento di divisione.

Nel ricercare quale sia il meccanismo con cui la religione crea divisioni ed odio troviamo in modo abbastanza costante il disprezzo. Il disprezzo è agito nei confronti di chi non professa la stessa fede. Questo nonostante tutte le religioni insegnino il rispetto della vita, della famiglia, e professino l’amore.

 

Le religioni monoteiste di matrice giudaico-cristiano-islamica traggono parte della propria forza di coesione dal disprezzo per le altre religioni.

Non è un caso che tra i 10 comandamenti che Dio ha dato a Mosè sul monte Sinai, non esista “non disprezzare”. Nei comandamenti si tratta della preghiera, della proprietà privata, dell’adulterio, della sincerità ma non una parola, né un accenno al disprezzo. Non può essere certo una dimenticanza. Riteniamo che il disprezzo sia funzionale alla religione, alla diffusione di un credo religioso, alla sua affermazione a discapito delle altre religioni.

 

I cristiani si sentono sdegnati dai mussulmani, i mussulmani si sentono disprezzati dai cristiani. Questo è quanto emerso dai sondaggi eseguiti nei diversi Paesi ed è quello che si evince andando ad analizzare sul piano neurofisiologico il significato del disprezzo.

Un metodo di indagine scientifica per il confronto tra religioni monoteiste è stato ideato tra il 2001 e il 2007 Gallup Organization. Sono state eseguito decine di migliaia di interviste lunghe un’ora, strutturate, con i residenti di più di 35 nazioni a maggioranza musulmana, o caratterizzate da una massiccia presenza musulmana, il metodo di campionamento era casuale e comprendeva tutte le fasce di età e di estrazione sociale, aree urbane e rurali.

 

Il sondaggio che rappresenta in modo statisticamente significativo più del 90% del miliardo e trecento milioni di musulmani presenti nel mondo, costituisce uno dei maggiori e più vasti studi sull’Islam mai eseguiti. In questo sondaggio si tentò di rispondere alle domande: quali sono le radici del fondamentalismo islamico, chi sono i fondamentalisti? Che radici hanno? I musulmani vogliono la democrazia? A cosa aspirano le donne musulmane?

 

Le risposte date dai musulmani si possono riassumente nelle seguenti:

1. Chi parla a nome dell’Occidente? Ogni Paese occidentale viene visto e giudicato a sé, non viene sistematicamente identificato l’Occidente con gli USA.

2. Quale è il principale desiderio/aspirazione dei musulmani? Avere un lavoro migliore è la risposta più frequentemente data sia da uomini che da donne.

3. È accettabile un attacco contro i civili per punire lo stato? Moralmente è inaccettabile è stata la risposta unanime.

4. È giustificabile il terrorismo? La maggioranza rifiuta e condanna il terrorismo.

5. Cosa ammira di più un islamico dell’Occidente? La tecnologia e la democrazia.

6. Cosa critica di più un islamico dell’Occidente? La decadenza morale e l’abbandono dei valori tradizionali.

7. Rivolta alla donne: desidera la giustizia di genere? Solo al pari della religione, le donne desiderano sia avere pari opportunità sia restare nel rispetto della legge religiosa.

8. Cosa può fare l’Occidente per migliorare i rapporti con l’Islam? Mitigare le opinioni nei confronti dei musulmani e rispettare l’Islam.

9. Crede nel rapporto tra autorità religiosa e politica? La maggioranza vorrebbe che la religione ispirasse le scelte politiche pur desiderando tenere distinti i due poteri: civile e religioso.

Un secondo sondaggio questa volta di portata davvero mondiale è stato eseguito sempre dall’Istituto Gallup dal dicembre 2005 al dicembre 2006, in più di 130 paesi e aree, con risultati statisticamente rappresentativi del 95% della popolazione mondiale, allo scopo di comprendere le credenze, i valori, il senso e l’importanza della famiglia, della religione, le ragioni del terrorismo a matrice islamica, del fondamentalismo islamico, le difficoltà di integrazione tra Islam ed altre religioni.

I risultati, numerosissimi e pubblicati a più riprese, consultabili nei siti web sono tali da sorprenderci. Riassumiamo le domande più significative: “cosa vuol dire famiglia per lei?” “cosa vuole dire per lei battaglia spirituale?” “cosa ammira di più del mondo islamico?” “quanto amore ritiene di avere nella sua vita?” “quale considerazione ha della famiglia” “quale considerazione ha della maternità” hanno mostrato, al di là delle singole risposte che non c’è alcuna differenza statisticamente significativa tra persone di fede islamica rispetto ai non islamici. In special modo mussulmani e cristiani hanno dato risposte simili.

In particolare possiamo dire che i cristiani si sentono sdegnati dai mussulmani, i mussulmani si sentono disprezzati dai cristiani. Il disprezzo è una emozione fondamentale che permea il rapporto tra le diverse religioni. Lo sdegno è una forma di disprezzo misto a disapprovazione e a risentimento. Il disprezzo genera in chi lo subisce imbarazzo o comunque profondo disagio. Lo sdegno genera altro disprezzo.

Dal momento che chi disprezza o sdegna si sente bene, chi prova queste emozioni si sente bene, si sente migliore in senso morale dei disprezzati o degli sdegnati rispettivamente, non si rende nemmeno conto di metterli in atto. Non guarda a sé stesso criticamente guarda l’altro o gli altri dall’alto in basso.

 

 

Il disprezzo per le altre religioni come elemento di coesione per ogni religione

 

Il disprezzo è una emozione fondamentale.

 

Nello sviluppo normale di un individuo è di particolare rilevanza lo sviluppo emozionale, ossia entrare in contatto con le proprie emozioni, esserne consapevole, sperimentarle nel contesto corretto, e questo è al contempo tanto importante quanto avere un buon rapporto con il “care giver”, (di solito la madre) ed al poter contare su una “base sicura”, (di solito la famiglia). La consapevolezza che l’individuo ha delle proprie ed altrui emozioni, è fondamentale sia per il buon funzionamento del sé che per le relazioni con gli altri. Ciascuno di noi vive le emozioni in modo molto personale, molti non sono neppure consapevoli di provare una emozione. Circa il disprezzo, la rabbia, o il disgusto spesso sono agiti in modo inconsapevole. Oppure c’è che vive nella paura e non se ne rende conto. Sta di fatto che, consapevoli o meno, tutti devono confrontarsi con vari tipi di emozione ogni giorno e le nostre reazioni istantanee ed involontarie a ciò che ci accade, dipendono sia da ciò che abbiamo interiorizzato nelle fasi precoci della nostra vita, sia da quanto abbiamo elaborato in un momento successivo.

 

Facciamo un passo indietro e chiariamo cosa si intende per emozioni secondo la definizione neurofisiologica: le emozioni sono stati mentali e fisiologici generalmente brevi ed istantanei, associati a modificazioni psicofisiologiche, per lo più si evocano in risposta a stimoli interni od esterni o a ricordo e rievocazione degli stimoli stessi. Questa è la definizione che di emozione troviamo nel Kandel il testo di neurofisiologia a cui facciamo riferimento.

 

Comunemente identifichiamo quali emozioni primarie la gioia, la sorpresa, la tristezza, la rabbia, già presenti alla nascita; in un secondo tempo, ma sempre entro il terzo anno di vita, compaiono la paura, l’imbarazzo ed il disgusto (vedi per maggiori informazioni Oppure sempre dello stesso autore Le basi neurofisiologiche dello sviluppo emozionale, Aceranti A. et al. Ed eFBI, novembre 2015).

 

Paura, imbarazzo e disgusto meritano un discorso a parte.

 

Le reazioni della paura come abbiamo già detto sono innate: il riflesso di Moro che è la sua espressione più precoce, è presente alla nascita in tutti i neonati sani e si evoca scuotendo leggermente il piano su cui è adagiato il neonato, lo spavento, riflesso complesso per rumori violenti o luce intensa, si sviluppa nelle prime settimane di vita. Le reazioni che mettiamo in atto quando abbiamo paura sono “antiche”, fortemente “autonome”, fanno capo 1. al sistema “limbico” arcaico e comune a tutti gli animali, 2. al sistema nervoso autonomo ortosimpatico 3. al surrene, organo endocrino che produce cortisolo ed adrenalina indispensabile per la sopravvivenza. Come tutti noi possiamo sperimentare non possiamo controllare il ritmo e la frequenza del nostro battito cardiaco quando abbiamo paura, né il diametro delle nostre pupille. Le reazioni di questo tipo ci preparano alla fuga o alla lotta e sono necessarie alla nostra sopravvivenza. Invece il “senso di pericolo” e “l’oggetto della nostra paura” è acquisito (fatta eccezione per alcune paure che sono innate, come ad esempio la paura dei serpenti o di qualcosa che striscia ed ha forma allungata): un bambino piccolo non ha paura di nulla e proprio per questo motivo, va protetto.

 

Il disgusto è una emozione acquisita, compare dopo il 2 anno di vita come risposta alle sollecitazioni materne nell’educare al controllo degli sfinteri. L’imbarazzo è la risposta del bambino al disgusto che la mamma manifesta in caso di fallimento nei primi traguardi proposti. L’importanza del disgusto è intuitiva: protegge il bambino e poi la specie umana dalle malattie. Senza disgusto cresceremmo come gli animali, con apprezzamento per le proprie ed altrui deiezioni. Il disgusto si esprime per qualsiasi sostanza abbandoni il corpo: saliva, muco, urine, feci, vomito.

 

L’emozione più tardiva nel fare la propria comparsa è il disprezzo. Questo pur acquisito, si è affermato in ogni cultura e si manifesta all’incirca dopo il quinto anno di vita, richiede un buon funzionamento di circuiti corticali superiori. Il disprezzo è importante per la “funzione aggregativa” che genera nei “disprezzati” intesi come gruppo. Ad esempio il disprezzo esercitato dal capofamiglia per ribadire il proprio ruolo di maschio alfa, genera cameratismo tra i figli, il disprezzo dell’insegnante verso gli studenti, genera cameratismo nella classe. Forse proprio per questa funzione socializzante ed aggregativa che tale emozione, pur totalmente acquisita, si è affermata in tutte le culture. Vittima del disprezzo è spesso il figlio maschio, il padre per ribadire il proprio ruolo di maschio alfa potrà esercitare un atteggiamento sprezzante senza neppure accorgersene. Infatti raramente chi esercita il disprezzo ne è consapevole, il disprezzare è un’emozione piacevole, veicola il messaggio: “io sono meglio in senso morale, io sono il tuo modello”. In chi subisce il disprezzo reiterato, in questo caso nel figlio, si favorisce lo sviluppo di un super-Io intransigente. Se il comportamento sprezzante è tollerato, condiviso, vissuto come normale e non smascherato dalla madre o da un altro testimone, il danno coinvolgerà anche la costruzione del sé. Oppure il figlio imiterà il padre ed interiorizzerà l’atteggiamento sprezzante riproponendolo a propria volta. Nei casi estremi di disprezzo pervasivo diventerà un organizzatore primario della psiche, ossia il sentimento prevalente e produrrà il disprezzo patologico. Il disprezzo patologico è alla base del disturbo di personalità di tipo antisociale che si definisce proprio come disprezzo patologico per le regole del vivere civile.

 

Le emozioni rendono più efficace ed immediata la reazione dell'individuo in situazioni per cui è conveniente e desiderabile avere una risposta pronta, adatta ai fini della sopravvivenza. La reazione immediata e pronta non utilizza processi cognitivi ed elaborazione cosciente, ma avviene in modo automatico, direi d’istinto. Dal punto di vista sociologico la funzione delle emozioni è relazionale poiché comunicano agli altri le nostre reazioni psicofisiologiche potendo creare aggregazione e complicità necessarie per il consolidamento dei legami sia in ambito famigliare che comunitario.

Le emozioni hanno quindi una funzione psico-auto-regolativa, facilitando la comprensione dei propri stati d’animo e delle reazioni fisiologiche in risposta agli stimoli ambientali e soprattutto all’interazione con gli altri.

 

 

Libero arbitrio e competenza morale

 

Ci siamo chiesti all’inizio cosa accomuni gli autori delle stragi, sappiamo che sono fondamentalisti, estremisti religiosi, che hanno una fede forte, una coscienza morale forte, una grande capacità di mettersi a disposizione, in modo integrale, totale.

 

…hanno una coscienza morale forte. Le domande che nascono sono: se coscienza morale e competenza morale siano la stessa cosa; cosa sia il libero arbitrio e fino a che punto queste persone siano responsabili dei propri gesti. Il tradizionale tema del libero arbitrio ha visto negli anni, anzi nei secoli, sovrapporsi molti livelli di controversia e confusione. Se la mia neurofisiologia e psicobiologia, fatta di circuiti e mediatori chimici mi ha portato a pensare così allora non ne sono affatto responsabile.

 

Proviamo a verificare quali siano i requisiti per rendere una azione umana moralmente responsabile. Cosa, dunque è necessario affinché un essere umano sia ritenuto moralmente responsabile per le sue azioni? Questo requisito è la competenza morale. Se una persona avesse coscienza morale ma fosse moralmente incompetente sarebbe ridicolo considerarla responsabile. Non possiamo ritenere responsabili delle loro azioni i bambini piccoli o gli adulti con ritardo mentale o demenza.

 

L’età dell’acquisizione della competenza morale è all’incirca 8 anni. Per questi stessi motivi non riteniamo responsabile un animale che uccide un essere umano, anche deliberatamente. Secondo la teoria di Dennet Clement Daniel (Boston 1942, vivente) logico e filosofo, una persona agente moralmente competente deve avere le 6 seguenti caratteristiche.

1) È ben informato.

2) Ha desideri abbastanza ben organizzati.

3) È motivato da ragioni.

4) Non è controllato da un altro agente.

5) È punibile.

6) «Avrebbe potuto fare altrimenti».

 

Alcune di queste sei condizioni sono ovvie ed intuitive. Proviamo comunque a commentarle.

1) L’ignoranza negligente non è ammissibile. Non essere a conoscenza dei bisogni e delle emozioni umane, delle leggi e dei costumi di un luogo, della religione e della storia di un popolo per impossibilità oggettiva ad accedere ai mezzi di informazione escludono una persona dal libero arbitrio. Il proprio comportamento verso quella situazione non potrebbe essere guidato in modo affidabile. Una persona moralmente responsabile ritiene un dovere formare, conservare e aggiornare la propria conoscenza del mondo.

2) La capacità di avere desideri indipendenti, propri, originali e di coltivarli presuppone un sé forte. Se una persona è in preda a fobie e dipendenze non ci si può aspettare che possa avere comportamenti appropriati. Senza entrare nella vera e propria psicopatologia chi non è in grado di avere desideri possiede tratti di personalità dipendente che ne fanno una possibile pedina nelle mani di altri. Chi desidera approfondire l’argomento in tema di dipendenze può approfondire con la lettura di “nella tela del ragno” di Aceranti et al. eFBI dicembre 2014.

3) Essere in grado di rispondere in modo appropriato alle motivazioni offerte, distinguere tra le ragioni sensate da quelle che ne sono prive, e siano in grado di rispondere in modo coerente alle domande sul perché stanno facendo ciò che stanno facendo.

4) Non essere controllato in senso lato, essere libero nelle scelte, non manipolato da parte di un altro agente, sia esso la religione o la politica o le influenze della famiglia. Saper preservare la propria autonomia nonostante le costrizioni.

5) Una persona moralmente competente deve avere interesse e capacità nel salvaguardare la propria libertà dalla punizione. Se ci si pone al di fuori ed al di sopra delle leggi, se le leggi possono essere fatte ad hoc, non viene rispettato il principio di punibilità. Le persone nelle scelte devono avere sempre qualcosa di importante da perdere. Chi non ha più nulla da perdere non è moralmente competente.

6) Se una persona è posta in situazioni tali da non poter agire in altro modo non è responsabile delle proprie azioni.

 

Bibliografia

1. Dennet, Clement, Daniel La competenza Morale, Festival delle scienze “Ci sono sei condizioni affinché un essere umano sia ritenuto responsabile delle sue azioni. Sono esclusi bambini e dementi” (Sole 18.1.15).

2. Saad L, Anti-Muslim sentiments faily commonplace, in Gallup Poll News Service 10 agosto 2006, 27 dicembre 2007 da http://www.gallup.com/poll/24073.

3. Esposito JL, Mogahed D, Tutto quello che dovresti sapere sull’Islam e che nessuno ti ha mai raccontato. New compton editori, dicembre 2009.

4. Gallup Poll Editor, the Gallup Poll the Islamic Word: subscriber report, Gallup, Inc. Princeton, NJ 2002.

5. Miller, Alice, La rivolta del corpo. Come superare i danni di un'educazione violenta, 2005

6. Miller, Alice, Riprendersi la vita. I traumi infantili e l'origine del male, 2009

7. Freud, Anna, L’Io e i meccanismi di difesa” 1942 Psycho

8. Winnicot, DW, “Dal Luogo delle Origini” nel 1971

9. Winnicot, DW, “Gioco e realtà” Roma: Armando, 1974

10. Bowlby, John, Attaccamento e perdita vol.1,  vol.2, vol.3(2000)

11. Bowlby, John, Costruzione e rottura dei legami affettivi 2007

12. Bowlby, John Una base sicura 1989

13. Shore, Allan, N,  “I disturbi del sé. La disregolazione degli affetti”, 1994.

14. Bonino, S, Saglione, G, Aggressività e stili educativi familiari, "Psicologia Contemporanea", 1980, 41, pp. 17-23.

15. Cirillo, S, “la famiglia maltrattante” Raffaello Cortina ed 1989

16. Williams FP, “Devianza e criminalità” il mulino 1994

17. Palmonari A, “Aspetti cognitivi della socializzazione in età evolutiva” il mulino 1978

18. Ammaniti M, “Manuale di psicopatologia dell’infanzia” Raffaello Cortina ed 2001

19. “Le Radici della Violenza” in “genesi del crimine violento” con LUDES Gabrielli et al. 19.02.2013

20. “Neurofsiologia e psicobiologia delle emozioni”  edizioni e EFBI, novembre 2015.

21. “Infanzia ed adolescenza” edizioni e EFBI, marzo 2015.

 

 

 

Quick Links:
Istituto Europeo di Scienze Forensi e Biomediche

Privacy policy

Cookie policy

Legal disclaimer

Sede legale:
Via Piercapponi, 83;
21013 Gallarate (VA); Italy
Tel:+39 - (0)331-142.05.42
Fax:+39 - (0)331.142.05.39
Email: info@fbi-bau.eu
CF e PI 91062300123
Iscritto al Registro Europeo al n. 29136422481-94
Iscritto all'Anagrafe Nazionale delle Ricerche del MIUR cod 61212was

Ente di Formazione e Ricerca senza scopo di lucro