La nostra paura di amare

Andreas Aceranti - 09/12/2013

 

 

 

L’idea generale che la maggior parte delle persone ha dell’amore è un parere altalenante tra l’amore rose e fiori dei film romantici e delle storie d’amore come ne Il profumo del mosto selvatico e, dall’altro capo, le liti e l’amore devastante de La guerra dei Roses.

 

In altri casi invece l’amore si riduce al, o implica necessariamente il, rapporto sessuale.

 

In termini tecnici la paura dell’amore si chiama philofobia. Ma oggi non voglio parlare della paura dell’amore, o meglio, non solo.

 

Oggi mi ha chiamato un mio studente (ebbene sì, lo ammetto, sono uno di quegli stacanovisti che risponde al cellulare anche nel weekend). Era abbattuto e un po’ in subbuglio perché il rapporto con una persona a cui vuole molto bene è, ancora una volta, in crisi. Abbiamo parlato per un bel po’ e alla fine, forse, abbiamo trovato il bandolo della matassa. Ed ora voglio condividere alcune delle idee che gli ho dato nella speranza che tornino utili anche ad altri. E prima che ve lo chiediate la risposta è: sì, ho il permesso del mio studente (che per rispetto chiamerò Marco e non col suo vero nome) di scriverne.

 

Spesso le relazioni importanti si incrinano per sciocchezze. La parola sbagliata detta al momento sbagliato può scatenare nell’altro un pandemonio. E spesso non ci rendiamo nemmeno conto di cosa sta accadendo e ci troviamo sommersi da un fiume in piena di accuse e insulti che ci costringono o a contrattaccare o a fuggire. In ogni caso la relazione è messa in discussione e comincia a vacillare.

 

Anche se in cuor nostro confidiamo che le cose si risolveranno perché “lui è fatto così” o perché “lei fa sempre così”, il rischio che la relazione sia seriamente compromessa non è mai da sottovalutare.

 

Ma cerchiamo di capire quali sono le dinamiche che si scatenano.

 

Il mio consiglio è, quando l’altro ci investe come un fiume in piena la domanda che dobbiamo sempre porci è:

sta reagendo per attacco o per difesa?

 

Ovvero: è un attacco gratuito o c’è stato qualcosa che ha fatto scattare in lui/lei questa reazione? Il modo migliore è quello di mettersi in discussione e analizzare ciò che l’altro dice.

 

Spesso noi pensiamo che, quando si è in preda alla rabbia, si dicano cose che uno non pensa per il semplice gusto di ferire l’altro. In realtà non è così. Quando la rabbia prende il sopravvento, per effetto dell’attivazione dell’ippocampo, la maggior parte delle nostre energie psichiche si concentrano nel lobo limbico rendendo le nostre azioni irrazionali, ma non illogiche.

Ciò che diciamo e facciamo quando siamo in preda alla rabbia è irrazionale, ovvero non segue la razionalità, il senso comune, ma è fortemente logico. Le nostre parole e le nostre azioni seguono infatti una logica molto rigida e strutturata. Per questo possiamo prevedere come una persona reagirà sotto l’effetto della rabbia.

All’interno di una relazione noi dobbiamo chiederci cosa facciamo per scatenare la rabbia dell’altro.

Spesso noi attiviamo inconsciamente comportamenti che sappiamo che faranno imbestialire l’altro. Lo facciamo perché a qualche livello non ci sentiamo in grado di comprendere o gestire quella relazione. E fa arrabbiare l’altro è una buona scusa per allontanarci scaricando la colpa.

 

Ma cerchiamo di fare un paragone con l’amato mondo della matematica per comprendere meglio. In particolare oggi vorrei usare alcune nozioni elementari di ottica e fisica della luce.

 

Quando un fascio di luce passa attraverso un prisma di vetro o di plastica, viene deviato a causa della rifrazione. L’entità di questa deviazione cambia leggermente a seconda della lunghezza d’onda della luce, sicché dal prisma emergono separatamente i diversi colori, dal rosso al violetto, che insieme formano la luce bianca. A ciascun colore corrisponde una diversa lunghezza d’onda, maggiore per il rosso, più piccola per il violetto. La separazione della luce bianca nei colori che la costituiscono prende il nome di dispersione della luce.

 

Possiamo osservare questo fenomeno anche esaminando la superficie di un CD colpita dai raggi del Sole: variando l’inclinazione del disco, vedremo apparire bande intensamente colorate in cui si scorge tutta la sequenza dei colori. La dispersione della luce spiega vari fenomeni ottici, fra cui l’arcobaleno e i colori cangianti delle ali di alcune farfalle o delle banconote, che cambiano a seconda della direzione scelta per osservarle.

 

Questo ci spiega, ad esempio, perché guardando una foto satellitare di alcune zone d’Italia dove crescono gli ulivi queste appaiono ora chiare, ora scure. Perché i due lati delle foglie di ulivo hanno gradi di rifrazione diversi per cui, a seconda che la maggior parte delle foglie, per effetto dei venti, sia orientata col lato “chiaro” verso l’alto o verso il basso l’area risulterà più o meno chiara.

 

Questo perché noi vediamo gli oggetti grazie alla luce che questi riflettono ed è per questo che alcuni corpi ci appaiono colorati.

 

Tutto dipende dalle proprietà microscopiche dei materiali che li costituiscono, più precisamente da quali lunghezze d’onda della luce essi assorbono e quali invece diffondono, rimandandole indietro, in modo che raggiungano i nostri occhi. Così un corpo ci appare verde (oppure rosso) quando diffonde (riflette) la luce verde (oppure quella rossa) assorbendo invece gli altri colori.

 

E qui vanno menzionati due casi estremi: i corpi bianchi, che diffondono tutti i colori della luce allo stesso modo, e i corpi neri, che li assorbono tutti.

Il colore di un oggetto è determinato dalla parte dello spettro visibile che viene diffusa (riflessa) e non viene assorbita: la mela rossa assorbe tutti i colori tranne il rosso; la mela gialla assorbe tutti i colori tranne il giallo, la mela verde assorbe tutti i colori tranne il verde mentre la ciotola bianca non ne assorbe alcuno diffondendoli tutti.

 

Ma ci appare nero anche un corpo di un colore determinato (per esempio rosso), quando è illuminato con luce di un altro colore (per esempio verde). Mentre, al contrario, ci appare bianco un corpo colorato (ad esempio rosso) che viene illuminato con una luce della stessa frequenza (nel nostra caso dello stesso rosso).

 

Non entreremo nel merito di come le varie frequenze influenzino la percezione perché sarebbe un discorso estremamente lungo e complesso. Ma ci soffermeremo invece su quest’ultima affermazione:

ci appare nero anche un corpo di un colore determinato (per esempio rosso), quando è illuminato con luce di un altro colore (per esempio verde).

 

Mentre, al contrario, ci appare bianco un corpo colorato (ad esempio rosso) che viene illuminato con una luce della stessa frequenza (nel nostra caso dello stesso rosso).

 

Ora immaginiamo che i nostri occhi, un po’ come i robot dei cartoni animati possano emettere un raggio luminoso.

 

Quando siamo compensati e siamo sereni il nostro fascio luminoso è bianco. Questo ci permette di vedere le cose come sono realmente e reagire di conseguenza.

 

Quando abbiamo paura, però, il nostro fascio luminoso è verde.

Questo ci fa apparire nero ciò che è rosso e bianco ciò che è verde.

Mentre quando siamo arrabbiati, il nostro fascio luminoso è rosso.

Questo ci fa apparire nero ciò che è verde e bianco ciò che è rosso.

 

In questi ultimi due casi reagiremo in modo logico secondo le nostre percezioni ma illogico per chi ci sta guardando dall’esterno. A maggior ragione quando in una relazione uno ha paura e l’altro è arrabbiato. Vedremo le cose in due modi completamente diversi e reagiremo in modo logico secondo le nostre percezioni ma illogico per chi è esterno e addirittura controproducente per l’altro che vede le cose sotto “un’altra luce”.

 

Tutto ciò premesso torniamo alla nostra crisi.

 

Il consiglio che ho dato a Marco è stato:

“Se ci tieni davvero a quella persona chiediti perché ha reagito così. Si è sentita trascurata? Ignorata? Messa da parte? Non considerata? Offesa? Tradita? Insultata?”

La sua risposta è stata:

“Ma io non ho fatto nulla di tutto ciò. Ho solo espresso un mio dubbio su alcune sue azioni e ha reagito aggredendomi”

Al che ho indagato ulteriormente:

“Hai chiesto cosa avesse fatto scattare questa cosa?”

E lui:

“Beh, era ovvio. Io ho detto qualcosa che l’ha offeso e lui si è arrabbiato”

Ho insistito:

“Gli hai chiesto cosa lo avesse fatto scattare?”

E lui:

“No, era una furia incontrollabile. Gli ho chiesto scusa ma non mi ha ascoltato.”

Ho continuato

“Per cosa gli hai chiesto scusa?”

Lui ha taciuto un attimo e poi mi ha detto:

“Non lo so. Ma se si è arrabbiato qualcosa avrò sbagliato e ho ritenuto di chiedergli scusa”

 

Il colloquio è andata avanti per un po’. Ad un certo punto le cose mi sono state chiare.

 

 

Marco aveva trasmesso al suo amico (che chiamerò Alessandro) l’idea che non si fidasse. Alessandro si è sentito ferito non nell’orgoglio, ma perché ha dovuto mettere in discussione tutte le prove di amicizia e le esperienze pregresse insieme. Dentro ad Alessandro è scattata la paura di essere stato frainteso, di aver commesso qualche errore di cui non si era accorto e si è concretizzata la prospettiva di perdere la relazione con Marco. Alessandro e Marco sono amici. Ma se uno dei due avesse temuto che l’altro volesse andare oltre? Magari la cosa poteva anche andare bene ma se uno dei due non si fosse sentito pronto? Se per errore fosse stata tradita un’aspettativa? O chissà cos’altro.

Alessandro è stato investito dalla paura. Il suo “fascio luminoso” è diventato rosso e da quel momento la paura ha preso il sopravvento. E ha reagito aggredendo.

 

Marco ha cercato di gestire la cosa come se Alessandro fosse arrabbiato. Ma non si era accorto, invece, che il suo amico era terrorizzato. Chiedere “scusa” on ha fatto altro che peggiorare le cose. In quel momento Alessandro aveva bisogno di un amico che cercasse di capirlo e che lo mettesse davanti alla realtà del fatto che si sentiva minacciato per niente. Assecondare la cosa ha fatto sì che Alessandro non gestisse più la paura che, a un certo livello, era diventata panico sublimato in rabbia.

 

Ora la domanda è: perché Marco non ha capito che Alessandro aveva paura? Perché ha dato per scontato che l’amico fosse arrabbiato? Perché Marco è partito dall’assunto “tanto lui reagisce con la rabbia”. E non si è messo in discussione sul suo punto di vista.

 

Quando in una relazione, qualsiasi relazione d’amore o d’amicizia o familiare o di lavoro, uno dei due “esplode” è l’aggredito che ha il potere di gestire la situazione. La fuga a volta funziona. Ma spesso funzionano meglio le domande.

 

Il silenzio è deleterio. Meno uno parla, più l’altro si sentirà ignorato e le cose peggioreranno.

 

Alessandro aveva concluso la telefonata con “Sei uno stronzo. Vaffanculo. Non voglio più sentirti”. E Marco aveva rispettato la sua volontà e non si era fatto sentire.

 

Ho cercato di spingerlo a ragionare sul fatto che, se il problema era che Alessandro si sentiva frustrato, l’unico modo per recuperare il rapporto era cercare di fargli capire che Marco era disposto a cambiare alcuni atteggiamenti per non trasmettergli più determinati messaggi.

 

Ma cambiare implica sempre sia uno sforzo sia la paura del cambiamento. Generalmente le persone non vogliono cambiare perché cambiare è faticoso e perché ognuno di noi è comodo nei suoi schemi comportamentali acquisiti nel corso degli anni.

 

Cambiare implica abbandonare schemi collaudati (per quanto questi ci facciano soffrire) per sperimentarne dei nuovi. Si pensi ad esempio alla mogli maltrattata che per anni difende il marito. Inconsciamente  legata al suo schema di abusata perché è consolidato dentro di lei. Ci vogliono anni perché si decida a cambiare. O al ragazzo che è sfruttato dai compagni della compagnia perché ha la macchina o è troppo timido per dire di no.

 

La cosa interessante è che quando queste persone cambiano rimpiangono il non averlo fatto prima.

 

Una cosa ovvia è che quando decidiamo di cambiare non piaceremo più alle stesse persone. Ma piaceremo ad altre. La moglie che denuncia il marito, il ragazzo che si ribella alla compagnia scopriranno la vera natura delle persone che avevano vicine fino a quel momento nel giorno del cambiamento.

 

Molti credono che il cambiamento sia un processo complesso e indipendente dalla nostra volontà ma che è il frutto di una maturazione personale. In parte è vero. Ma la maggior parte del lavoro sta nella nostra scelta iniziale. Cambiare implica il guardarsi allo specchio e dire “Da ora cambio” e circondarsi di persone che ci aiutino nel cambiamento.

 

Concludo tornando al nostro concetto iniziale di Philofobia. Spesso dentro di noi la paura di soffrire è tale che preferiamo non cambiare perché preferiamo soffrire in un modo noto che rischiare di non soffrire in un modo sconosciuto.

 

Ma credo che in fondo nulla di ciò che non amiamo possa farci soffrire davvero. Solo quando è implicato qualcosa o qualcuno che amiamo il dolore è reale e disorientante (infatti di solito chi ha un disturbo narcisistico non soffre ma si arrabbia o si dispera o si deprime).

Pertanto, se solo ciò che amiamo può ferirci, non è che la paura di cambiare è solo un modo per dire che abbiamo paura di innamorarci di ciò che possiamo diventare?

 

 

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